venerdì 28 gennaio 2011

Spotify: essere trendy costa

Questo è un approfondimento su un mio articolo pubblicato in inglese qualche settimana fa su Rockstar Gamer.

Nato come il fratello gratuito di iTunes (con la pessima idea di scopiazzarne l'interfaccia atroce), creato per essere venduto principalmente a chi fa marketing per poterci fare marketing sopra, Spotify è uno di quei progetti che gode di un grandissimo online karma, a dispetto dei risultati. Quando regali le cose succede, in quanto Spotify nasce come piattaforma desktop per lo streaming gratuito ad alta qualità di musica, in cambio di qualche piccola interruzione pubblicitaria. Non c'è una riunione di marketing o sito di social media dove il servizio non sia citato (ma anche premiato) per le sue grandissime potenzialità, come esempio da seguire per modelli di business futuri, nonostante debba ancora dimostrare di essere in grado di sostenere sé stesso.

Si, perché quasi a non volerci credere (e io neanche vorrei, ma sono un inguaribile realista, altrimenti non farei bene il mio lavoro), nessuno dei più o meno autorevoli social-esperti freelance col sito bello e referenze zero ti dice che Spotify, dal suo lancio, non ha mai generato utili e naviga in cattivissime acque. Forse perché lo ignorano, perché vendono fumo o perché ragionano semplicemente come consumatori ignorando che oltre il "mi piace" c'è un mondo complessissimo che non sta certo in piedi da solo. Incitano alla jobsiana guerra dei numeri senza capirli, perché crescere di 10 milioni in un anno quando fai streaming per beneficenza è un dramma, non un opportunità.


Non è ancora vero
Quasi a tirare sfiga, il grandissimo 2010 di uno Spotify in rapida espansione ha chiuso con un altro brutto record (che poi è il risultato commerciale della tragedia di cui sopra): 16 Milioni di sterline di perdita (al momento in cui scrivo quasi 19 milioni di euro) e il diktat degli investitori di lanciarlo negli USA al più presto per vedere cosa succede, oppure buonanotte al secchio. In meno di tre anni, Spotify ha fatto un buco di oltre 22 Milioni di euro, nonostante i 15 Milioni di utenti e i solo 750.000 abbonamenti totali sottoscritti (di cui non è dato sapere quale sia il tasso di rinnovo o la durata). Interessi esclusi. La cosa ancor più curiosa (o dovremo dire web 2.0) è che il valore di Spotify, a fine 2009, era di 183.8M€. Senza aver mai avuto un "+" sul bilancio. Poi ce la si prende solo con i banchieri per la crisi economica.

Un grandissimo peccato ma è pur vero che se un'azienda ha il coraggio di rilasciare un client scandaloso per lo streaming mobile, di vantarsi che fa meno pubblicità di una radio commerciale (affermazione che qualche lampadina di allarme dovrebbe fartela accendere, o no?), di fornire contenuti accessibili a macchia di leopardo da solo 7 paesi europei (nemmeno i più popolosi), di voler sfidare in casa Windows Phone 7 e Android con un servizio di streaming mobile illimitato più costoso e qualitativamente inferiore rispetto a Zune Pass, è chiaro che il problema è nell'execution del progetto, anche perché di idee simili ce ne sono state molte, andate tutte più o meno bene. E purtroppo non c'è online karma o web 2.0 che tenga se mancano i soldini.

Speriamo che il lancio negli USA (e magari un cambio di vertici) permettano un recupero al progetto, anche se persino il New York Times è piuttosto dubbioso che il meccanismo della musica flat piaccia alle etichette o agli indipendenti e faccia realmente girare dei soldi.

Chiarimenti: 
Al momento il servizio non è ancora disponibile per il grande pubblico Italiano. Avete letto bene: non è utilizzabile dal paese della musica, dove anche iTunes riesce a fare numeri non da terzo mondo. Se volete provarlo, potete attivare un account da uno dei 7 paesi abilitati (anche tramite un proxy) e poi, solo tramite il servizio Premium a pagamento, potrete utilizzarlo anche dall'Italia. Rimane il problema del prezzo troppo alto rispetto alla concorrenza.

Edit: Come faceva notare Gorman su Facebook, un'altro requisito è utilizzare una carta di credito per il pagamento valida nel paese in cui Spotify opera, allo stesso modo in cui Sony ha regionalizzato i pagamenti su PSN. Esempio: se siete in UK per lavoro o usate un proxy UK, ma non avete una carta di credito emessa in quel paese, non potrete attivare il servizio.

Per me è stato sufficiente usare una vecchia ricaricabile emessa da Amazon UK (ne ho anche una US per PSN e Barnes & Noble!).

Anche i ragazzi di RingCast, in particolare Ferruccio Cinquemani, hanno detto cose interessanti su Spotify nel loro ultimo podcast.

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